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| Basse Verticali (Stefano Leoni) - Recensione di Marco Bini |
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| Scritto da Administrator |
| Martedì 17 Agosto 2010 19:31 |
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Stefano Leoni e la lingua del segugio Recensione di Marco Bini pubblicata sulla rivista Le voci della Luna n. 47 L'officina forlivese negli ultimi anni ha offerto ai lettori di poesia libri di tenuta e qualità. Chi volesse cimentarsi nella affollata mappatura del presente della poesia italiana, dovrebbe sicuramente rivolgere lo sguardo e una particolare attenzione a quanto a Forlì è avvenuto negli ultimi anni (e sta avvenendo ancora). Alle opere già conosciute, si aggiunge questo Basse verticali di Stefano Leoni, edito dalla piccola e combattiva Kolibris, micro-casa editrice di recente avviamento e vivace attività. Di Basse verticali si può intanto elogiare la misura: è un libriccino breve ed essenziale, come la lingua del suo autore: una manciata di testi che testimoniano una maturazione poetica, dimostrata dal dettato secco e diretto, che non perde mai la bussola del suo dire necessario. Poche cose, fatte bene, si potrebbe sintetizzare; ed effettivamente la tenuta di un buon libro di poesia si verifica anche su questi "particolari", sull'effettiva "necessità dei testi" che ospita e che ne fanno l'ossatura e la sostanza. È un'idea di lingua, quella di Stefano Leoni; poetica, s'intende, ma non solo. Basse verticali è un libro che sorprende e si sorprende, in uno svolgimento cauto e progressivo di un percorso vero di conoscenza e di vera acquisizione simbolica e letteraria dei segni di un quotidiano raramente così suggestivo. Sono versi che hanno propri confini netti, quelli di Leoni, che evitano lo sgocciolamento incontrollato nel poematico – esorcizzando così il rischio, per i versi, di trasformarsi in battute in vuota successione –; unità minime e ben limate di pensiero, essi ci restituiscono un libro di lirica ben scritto e senza troppi compromessi. Anche perché di compromessi è piena la pratica quotidiana della vita se si è aperti alla ricezione, all'avvertimento, al presentimento; pratica della quale Basse verticali è un registro penetrante, e un reportage senza conclusioni finali. Per questo compito, occorre una lingua adatta, pronta ad essere lancia e scudo assieme, in grado di stuzzicare con gli spigoli le cose per osservarne i modi di riassetto, e di farsi allo stesso tempo inscalfibile, apparentemente integerrima, a coprire un continuo lavorio sotterraneo, come quello suggerito da Leoni n questo bel passaggio: «in inverno non ti accorgi del lavoro costante / sotto la brina, sotto il ghiaccio / ininterrottamente / preparare, contare sui rimasugli dell'estate, / sulla scorta, sul ricordo». La sopravvivenza di una linea "petrosa" nella poesia italiana contemporanea si manifesta anche attraverso opere come questa. Parole che sanno del ruvido minimalismo della vita di provincia e dell'ironia che accompagna l'ammissione dolce-amara della propria condizione, ad esempio di coacervo di spinte biochimiche («sono elicoidale, come una vite senza fine») o di essere la cui coscienza vive il dramma della propria dimensione limitata, nel senso di dotata di confini, di un prima e di un dopo le cose («chissà se prima ero un vento cosmico / o la secrezione di un testicolo in una galassia lontana»). E "cosmica" è anche la misura della riflessione di Stefano Leoni: se decadiamo da uno stato primigenio d'innocenza, o di pienezza dell'esistere, che non necessita di codici per essere compreso («Poi ci hanno stipati in un perimetro di culla / fra pareti di una lingua incomprensibile, / di suoni smussati e caldi. // Eravamo creduti e credenti, creati per il vento»), quali strumenti abbiamo per indagare la portata di questo distacco, per descrivere il nostro esistere per "sottrazione" (uno dei concetti chiave dell'intero libro)? Le facoltà immaginative, che in qualche modo sono in noi il reperto di uno stato altro, slegato dalle coordinate dell'hic et nunc che ingabbiano come in uno schema cartesiano il nostro vivere (e sentirci vivere) quotidiano. Occorre però che la lingua trovi una pista, che si lanci all'inseguimento di quei presentimenti (nel senso etimologico di percezioni che stanno prima del fatto), come un segugio all'inseguimento di una preda. Occorre disciplina quanto basta per non perdersi nel bosco, e attrezzatura efficiente: «se avessi un bisturi fra tutte quelle cianfrusaglie!» invoca Leoni, che di bisturi lavora, su un dettato che non teme di «mettere un verso sporco al punto giusto», perché «la trappola è una lingua apparente e distratta, / smussata nelle pieghe, ingannamente fiacca». Serve tutta la concentrazione della quale la lingua è capace per tendere un agguato a «questa epoca impossibile»; il poeta si prepara al balzo, come il cane da caccia acquattato tra le foglie in attesa del segnale. La modalità ironica non può dunque mancare, in questo scenario. Ironia come riso di sé, in questo caso. Se la poesia è «il regno [...] coabitazione dell'io con le proprie fragilità e debolezze», come scritto da Chiara De Luca nell'introduzione al volumetto, allora dobbiamo immaginare la lingua di Leoni come una sorta di specchio, anzi, come una serie di specchi che dell'io riprendono tante angolazioni, in una sorta di seduta nella sartoria dell'anima. Le inquadrature rifiutano la soggettiva in primo piano, per dedicarsi a scorci dell'io ben più carichi di significati; e la lingua si ispessisce, come lievitata. Descrivere gli uomini diventa un esercizio di riflessione di sé. Che cosa, in fondo, mi distingue da quelle creature piccole, ridotte, incapaci di uscire dagli schemi che una vita spinta al minimo obbliga a ripetere? Che cosa evita che sia io la persona di cui leggo sul giornale, feroce assassina del figlio? «Siamo sgomenti lungo i cappuccini, lacrime / impastano la pausa del caffé, si sparla». Forse è solo la corsa libera della lingua e della poesia che permette una parziale redenzione; non perché tolga di dosso il torpore della nostra civiltà, ma perché è con quella che il torpore stesso può essere riconosciuto, nominato, vivisezionato. Identificato. Basse verticali si chiude infatti con una corsa a perdifiato di alcune pagine, una bella chiusura sinfonica, ma non troppo, dal titolo Il condominio, che mette in pratica l'arte della caccia esercitata in tutto il libro, all'inseguimento delle ansie e dei blocchi di un'umanità, quella del condominio appunto, stanata (da bravo segugio) fin dentro le mura domestiche, luogo sedentario della fuga mundi. Ognuno è nient'altro che sé stesso, nell'appartamento; la poesia conosce e dà forma di lingua a quell'affrontarsi nella solitudine. Il poeta sta giusto lì fuori, sulla porta; annusa l'odore e lo riconosce. È l'aria viziata della stessa vita ripetuta, ad libitum, ma che misteriosamente si basta. |












